Skip to content

25 Aprile(parole buttate giù in fretta)

Pubblichiamo con molto piaciere alcune considerazioni del nostro compagno Roberto Villa.

Quest’anno, non senza una certa retorica, si è fatto un gran parlare dell’Unità d’Italia e di quanto le gesta eroiche di pochi abbiano tolto il nostro Paese dall’infantilismo culturale ed economico in cui versava, attribuendogli dignità e decoro.
Poco si dice, però, di un’altra Unità d’Italia conquistata, probabilmente l’unica vera unità di cui ci si potrebbe fare vanto, ma che invece viene ogni giorno svilita, calpestata, schiacciata dal peso di chi racconta la storia senza averla studiata o, peggio, di chi avendola studiata preferisce darne una versione propria e spesso priva di fondamenta. Sto parlando della storia della Resistenza, quell’impeto spontaneo di riscatto che ha consentito di liberare il nord occupato dal flagello nazifascista e rifare daccapo l’Italia tutta, regalandole la democrazia, questa malattia noiosa, ma anche stupenda ed inevitabile, che ci portiamo appresso.

Ogni giorno, dicevo, c’è chi fa di tutto per gettare nel dimenticatoio questa parentesi di storia d’Italia. C’è chi sostiene tuttora che non ci fosse, dal 1943 al 1945, una parte che aveva ragione ed una che aveva torto, ma due fazioni – ognuna con le proprie idee – che hanno dato vita ad una riprovevole guerra civile, le cui ferite ancora vanno sanate in nome di una illusoria riconciliazione nazionale. C’è chi, a colpi di legge (perché, si sa, il potere, se anche nasce da una storia gloriosa, poi si infetta dei mali del dio denaro e dell’affarismo privato), smantella l’impianto costituzionale (nato dalla Resistenza) del nostro Paese, priva i giovani del futuro, vive il lavoro come fosse merce povera e non esercizio della libertà individuale e collettiva, annienta la cultura e l’istruzione, discrimina vecchi, donne, migranti, omosessuali, invalidi. In altre parole, c’è chi rialza, fiero, la bandiera della reazione e del conservatorismo, pur mascherandolo da rivoluzione liberale o, surrealisticamente, da contro-liberazione da una presunta oppressione filocomunista.

In questi anni bui, ricchi di una tristezza che non so dire (perché un popolo che non sente su di sé il peso della propria storia, dei propri errori, non ha parole per disegnare il proprio presente né per immaginare il proprio orizzonte futuro), ho vissuto con angoscia certe scene raccapriccianti. È vivida l’immagine del Presidente del Consiglio con un fazzolettino tricolore, simbolo dell’associazione dei partigiani, legato al collo mentre si bea di aver pacificato la nazione in una città a cui sono state tarpate le ali non certo da un terremoto, ma dalla meschinità di chi governa.
Vanno riconosciuti, questi mascalzoni della storia. E vanno smascherati. Bisogna, magari anche con rabbia, tornare a fidarsi di punti di riferimento saldi, approdi sicuri, per capire quanto sia triviale il presente e chi lo modella a propria immagine e somiglianza. Ci si può dunque voltare indietro, ma non per sfogare un bisogno retorico di nostalgia verso il passato, bensì per recuperare certi buoni sentimenti e certa umanità che i partigiani, sulle nostre montagne, ebbero e seppero far riecheggiare nelle valli e poi nelle aule dell’Assemblea Costituente dove si decideva la libertà e la vita del popolo italiano.

In questi giorni bui, in cui la speranza diventa un miraggio e la disillusione una soverchiante sensazione di impotenza, ripenso a certe storie più piccole, di persone comuni che persero la vita perché io potessi oggi studiare ed apprezzare il gusto, sebbene amaro, dell’esistenza. Ripenso per esempio a Renato e Florindo Pellegrini, due fratelli i cui nomi di battaglia erano Falce e Martello, fucilati – non ancora ventenni – a Lovere, sul lago d’Iseo, dalla crudeltà della svastica e del fascio.
Ripenso ai loro nomi di battaglia, appunto, e al loro sacrificio universale, fatto perché il simbolo degli oppressi di tutto il mondo potesse un giorno ergersi a testimonianza di una giustizia globale, di un amore sincero per la condivisione di quel che si ha.

Ripenso a loro e a quell’idea sconfitta. Sconfitta di cui, erede imperfetto, mi sento responsabile. Quel simbolo oggi è scarico di ogni significato, sta lì – come un detrito – a dire di una storia da osservare da vicino perché si possa ricostruire un percorso di riscossa, di riscatto. Lo stesso che, alleati o no, ebbero uomini e donne d’Italia che liberarono da sé il nostro Paese. Quel simbolo è lì, ma non c’è la forza di raccoglierlo.
Tu che leggi sappi che se ingiustizia ed inganno regnano oggi come un tempo la colpa è anche tua. Ed è anche mia, che ripensando a Renato e Florindo, al loro eroico sacrificio, ne offendo un po’ il ricordo, ancorato come sono all’idea che, in realtà, poco sia cambiato e che se anche non sono analfabeta o povero come potevano esserlo i miei ascendenti, in via definitiva sono oppresso e schiacciato da un potere che mi esaurisce ogni entusiasmo.

Oggi, però, per Renato e Florindo – per tutti i compagni caduti – c’è da santificare la festa più bella, la festa irrinunciabile (ed è probabilmente l’unico caso in cui rispetto il terzo comandamento, a pensarci bene). C’è da stringersi in un bell’abbraccio e sentirsi fratelli, d’Italia e del mondo.
Buon 25 Aprile, compagne e compagni.

Condividi

Share on facebook
Facebook
Share on twitter
Twitter
Share on linkedin
LinkedIn
Share on whatsapp
WhatsApp
Share on email
Email

ISCRIVITI ALL’ANPI, LA CASA DEGLI ANTIFASCISTI.