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No alla equiparazione tra Shoah e Foibe.

NO ALL’EQUIPARAZIONE TRA SHOAH E FOIBE.
L’ANPI Provinciale di Bergamo esprime la propria indignazione rispetto alla scelta dell’Amministrazione Comunale di Bagnatica, la quale – con l’unanime consenso del Consiglio Comunale – ha intitolato un’aula dell’Istituto Comprensivo del paese alle “vittime della Shoah e delle Foibe”. Una decisione che genera sbigottimento sia nel metodo che nel merito.

Anzitutto, le questioni di metodo. Lo stesso Sindaco di Bagnatica, Roberto Scarpellini, ha ricostruito la genesi di questa iniziativa facendo riferimento all’iniziale proposta di intitolare una via del paese alle vittime delle Foibe avanzata dal gruppo di opposizione in Consiglio Comunale, Italia agli Italiani, evoluzione di Forza Nuova, gruppo di ispirazione neofascista. Alla proposta, bocciata dalla maggioranza in Consiglio perché presentata “in modo troppo politicizzato”, ha tuttavia fatto seguito un compromesso tale per cui si sarebbe intitolata, con tanto di targa commemorativa, l’aula di arte della scuola secondaria di primo grado di Bagnatica alle “vittime della Shoah e delle Foibe”. Compromesso colto con favore proprio da Italia agli Italiani, i cui consiglieri hanno dunque sostenuto la controproposta con il loro voto. Ciò che appare come un regolare sviluppo della dialettica democratica all’interno di un Consiglio Comunale, tuttavia, nasconde un grave cedimento a uno dei feticci che, con sempre più insistenza e malcelato orgoglio, le destre italiane cavalcano da ormai più di vent’anni: l’equiparazione tra la Shoah e le Foibe. Se nel rifiuto di intitolare una via alle vittime delle Foibe da parte dell’Amministrazione Comunale di Bagnatica c’era l’intenzione di rintuzzare un uso strumentale della storia sul piano del dibattito pubblico e della toponomastica, la successiva scelta – forse ingenua, ma non per questo giustificabile – di dare spazio a questa forma di minimizzazione della tragedia causata dal nazifascismo ha un risvolto persino peggiore: quello di farsi dettare l’agenda da un’opposizione neofascista che fa del disprezzo delle regole della convivenza democratica il centro del proprio agire politico.

E veniamo dunque al merito di questa decisione. La ormai consolidata storiografia sulla delicata e complessa situazione del confine orientale in tempo di guerra – una storiografia alla quale l’ANPI ha sempre cercato di dare visibilità con frequenti attività di formazione e divulgazione – dimostra che ogni analisi sul tema deve tenere inevitabilmente conto della ferocia che il conflitto assunse in Jugoslavia già dal 1941, anno dell’invasione da parte dell’Italia fascista. Ferocia di cui i fascisti italiani furono protagonisti già prima della marcia su Roma con l’incendio, il 13 luglio 1920, del Narodni dom, la Casa del popolo di Trieste, sede delle organizzazioni degli sloveni triestini (episodio definito dallo storico Renzo De Felice “il vero battesimo dello squadrismo organizzato”) oppure con l’eccidio fascista nel villaggio di Podhum il 12 luglio 1942, al quale si possono aggiungere le tante aberrazioni compiute dal regime fascista nel ventennio, tra cui l’italianizzazione coatta con espropriazioni dei beni da parte delle autorità italiane e l’abolizione delle scuole in lingua slava. La pur esecrabile reazione dell’esercito titino, culminata nel dramma degli infoibamenti, non può dunque non essere ascritta al clima di ostilità che la popolazione jugoslava provava nei confronti degli italiani. Spesso, poi, la ricostruzione degli eventi relativi a quell’area geografica confonde il fenomeno delle Foibe con l’esodo istriano e dalmata. Il primo, verosimilmente conclusosi in Istria nel 1943 e accompagnato fino al 1945 da altre epurazioni nel Carso goriziano, triestino e sloveno, non giustificò il secondo, che si protrasse almeno fino alla metà del decennio successivo a causa dei bombardamenti aerei angloamericani, di difficili condizioni economiche, di persecuzioni politiche anche nei confronti di antifascisti non allineati. Questa brevissima puntualizzazione dovrebbe bastare da sé per comprendere che la complessa questione del confine orientale e i suoi più tristi esiti non possono in nessun modo essere equiparati al genocidio del popolo ebraico e del popolo gitano, degli oppositori politici, degli omosessuali, dei disabili, dei testimoni di Geova e pentecostali: uno sterminio sistematico, programmato, fondato sul razzismo come marca identitaria e segno di una presunta superiorità di un popolo sugli altri.

Insistere sulla sovrapposizione tra le vittime della follia nazifascista e le vittime del conflitto nel confine orientale di cui tanta parte delle destre sovraniste e neofasciste si è alimentata per generare processi di propaganda politica ed esibire così uno dei peggiori esempi di uso pubblico della storia, significa prestare il fianco a chi guarda con nostalgia al regime fascista e interpreta con la lente del nazionalismo anche la nostra contemporaneità.
Sempre più frequentemente, soprattutto in occasione delle cerimonie per il Giorno della Memoria e per il Giorno del Ricordo, assistiamo sgomenti ad un appiattimento del discorso storico e politico che offende i valori della democrazia e dell’antifascismo, inestricabilmente connessi alla ricerca della verità storica e alla costruzione di una memoria che, su questi fatti e sulle loro interpretazioni, non può essere né pacificante né condivisa. Poiché è il confine di quella memoria che divide chi, come noi, ha deciso di combattere per conquistare e difendere l’uguaglianza come base fondante della società civile e chi, invece, ancora oggi si colloca fuori dal recinto della vita democratica, mettendo in discussione le più avanzate conquiste che progressivamente sono state ottenute proprio in seguito alla fine della Seconda guerra mondiale.
Mauro Magistrati
Presidente ANPI Provinciale di Bergamo
Roberto Villa
Commissione Cultura/Formazione/Memoria ANPI Provinciale di Bergamo
Bergamo, lì 08 febbraio 2021

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